Si sa che i quadri vanno guardati con aria seria, sbirciando il cartellino con la didascalia; le chiese invece si fotografano, meglio se armati di becchime per piccioni; la statua si osserva a naso insù commentando con sollievo che, in proporzione, ce l’ha piccolo. Ma i giardini, come si visitano?
I grandi giardini all’italiana sono difficili da portare a casa: troppo grandi per una fotografia sola, se li osservi da vicino sono fatti di cose insignificanti, alberi siepi aiuole pergole che da sole muoino perdendo la magia che vi avevi colto un attimo fa. E poi cosa si deve guardare esattamente, il laghetto, la grotta, il prato della villa?
Lo strumento per visitare un giardino è in realtà semplicissimo: una persona amica. Il giardino è uno strumento per conversazioni, fatto ad arte per separarti dalla realtà del momento e per incamminarti oziosamente per vialetti, volte frondose e prospettive. In questo ozio rilassato, fatto di querce centenarie, vasi curati e ghiaietta scricchiolante, si parla senza peso, si conversa senza tesi o secondi fini, ci si abbandona al gusto di frasi scaturite lì per lì.
Il giardino è una scenografia abile, ricca di pretesti scenici per creare situazioni: l’intellettuale regolarità dei viali, l’artistico avvilupparsi dei rampicanti, le forze dell’economia e della produzione espresse gentilmente dal frutteto, il boschetto amoroso di grotticelle foriere di intimità (o di incontri grotteschi, a scelta). E’ un posto ideale per parlare con una persona di cui sai poco, farla distendere e scoprire se ci sono cose comuni; oppure per incontrare un amico dopo mesi e ritrovare una intimità da troppo tempo assente.
Approfittate insomma dei giardini, del caso e dell’ozio che vi può portare a visitarli, e non cercate di portarvi a casa nulla di serio, se non il piacere che esso vi ha dato. Un giardino simile lo trovate a Villa Panza di Biumo, Varese, e si presta a meravigliose divagazioni adatte ai vostri amici più diversi.
Costruita nel XVIII secolo per il marchese Menafoglio, allargata nel XIX, ristrutturata nel 1936 da Piero Portaluppi, Giuseppe Panza vi raccoglie una interessante collezione d’arte contemporanea a partire dagli anni cinquanta.
La collezione comprende grandi pitture monocrome tra salottini neoclassici e lampadari di cristallo, un’intera ala ristrutturata per ospitare installazioni di luci neon, esperimenti sonori e dopo tutta la penombra colorata un abbacinante impluvium bianco di Robert Turrell. Le opere sono di Robert Irwin, Maria Nordman James Turrell e Dan Flavin e le parole chiave sono espressionismo astratto e Robert Rauschenberg. C’è anche una mostra di Lawrence Carroll, pittore monocromo bianco che usa superfici irregolari, scolorite e rappezzate. E’ un artista in cui qualcuno ha visto addirittura messaggi di compassione religiosa.
Dal settecento a oggi, villa giardino e arte sono anche una scenografia, degli emblemi per farci conversare.
No related posts.
ho visitato i giardini di Boboli dietro palazzo Pitti, i giaridini di Bomarzo, di un altro posto vicino volterra ed i giardini di Colle Val d’Elsa.
ultimamente Victoria Garden a Londra…i giardini vanno guardati, passeggiati, scrutati con l’occhio fanciullo ma anche un po’ frenato (non puoi arrampicarti sugli alberi, non puoi strappare nè piante nè fiori, non puoi infastidire paparelle, tartarughe e scoiattoli)…
ogni tanto si fa ooooh, ogni tanto si dice ddddelizioso e quando sei stanco dal troppo camminare MMMMa non ci posso credereee!
credo…
bellissimi davvero. la collezione delle opere di flavin è inebriante per i sensi(penso al corridoio).
I giardini di Boboli sono un capolavoro, scorci e panorami che si aprono uno dietro l’altro come se fosse cinema, e non una scena teatrale. E che profuno di bosso…
Lavorare come Flavin lì, in quello spazio vasto e plasmabile, è cosa che pochi hanno avuto la fortuna o il caso di fare. Come nuotare in vasca ad occhi chiusi.