Il costo del cibo

Secondo la Banca centrale europea dal 2001 al 2004 i profitti dell’industria alimentare italiana sono cresciuti dell’8% all’anno mentre i costi unitari del lavoro salivano solo del 2,4%.

Il risultato è stato un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari italiani del 4,1% all’anno e un arricchimento dell”industria alimentare, costituita, tra gli altri, da Parmala, Barilla, Cirio, Nestlé.

Via lavoce.info

La Cina dantesca

Scrive Filippo Facci che la Cina è un paese infernale per i diritti umani.

Queste cose le sento da quando ho iniziato a studiare il cinese 20 anni fa e sono sostanzialmente vere.

Come è vero che la Cina ha un tasso di crescita del 9% annuo, è un mercato redditizio e fornitore competitivo.

Degli aspetti più tristi della Cina si parla quando quel paese ci fa paura, come ora che il settore tessile e calzaturiero italiano non ha più ragione d’essere.

Quando invece ci fa comodo si parla dei guadagni e delle fortune che lì si possono fare, come ad esempio Generali nel settore assicurativo privato.

Questa comoda altalena tra inferno e paradiso mi ha stancato.

Riflettiamo sul ruolo marginale che gli affari italiani hanno in Cina. Confrontiamo le prestazioni del nostro sistema paese in Cina con quelle di Francia e Germania.

Carbonia

Marzo 2004

La più grande centrale elettrica della Malesia non riceve carbone da due settimane. Dice Abdul Rahman Marhaban, general manager della centrale Tenaga Nasional Sultan Salahuddid Abdul Aziz: “I prezzi del carbone sono pazzeschi: solo nell’ultimo mese sono cresciuti del 25%”.

I tre maggiori fornitori di Carbone in Asia sono l’Indonesia, l’Australia e la Cina. La Cina, il più grande produttore di carbone del mondo (ah, ora capisco!), ha deciso di ridurre l’export del 13% (la quantità, non i prezzi ovviamente) per cercare di soddisfare la domanda interna.
L’export australiano non cresce perché il sistema logistico (treni, porti) non ce la fa a supportare la crescente domanda. In Indonesia, le piogge torrenziali e vari scioperi dei lavoratori stanno rallentando la produzione.

Dice Zhou Dongzhou (China Coal Imp&Exp): “I produttori di carbone in Cina stanno sacrificando i loro profitti (!!!!!!) per ri-direzionare l’export verso il mercato interno”.
Pare anche che ci sia un problema di approvigionamento di carrozze ferroviarie porta-carbone.

I cinesi stanno dando fuori di matto nel tentativo di trovare energia. Stanno intubando il gas e il petrolio dal centro Asia, hanno costruito la centrale idroelettrica delle Three Gorges. L’anno scorso (2003) ci sono stati blackout elettrici in almeno due terzi del paese.

Gli aerei cinesi sulle rotte internazionali volano con il serbatoio semi-vuoto in uscita dalla Cina, e a pieno carico al ritorno (anquan diyi!).

Mi sa che presto potremo riaprire le miniere in Sardegna.
SULCIS: un nuovo successo del Made in Italy nel mondo.

Ciao
Maike

wiki e affari

Slashdot ospita una discussione sui wiki e il loro impatto nell’impresa. I commenti dei lettori sono acuti e riflettono una esperienza sul campo con i software di collaborazione come Lotus Notes e wiki. Chiunque abbia usato o proposto un wiki si ritrover

reperti finanziari

Scrive Maike da Hong Kong sul sistema finanziario cinese e in Asia orientale in genere:

“Dice il mio amico Jake, il mio fornitore di reperti (vedi piu’ sotto): il cambio delle valute e’ gestito dalle banche centrali, che a loro volta sono controllate dalla politica.

L’economia pero’ non e’ la politica, e ragiona in maniera piuttosto diversa, secondo principi molto simili a quelli che regolano il movimenti dei fluidi (vasi comunicanti, ecc.).
Ora succede che la politica per motivi politici decide di interrompere il flusso normale dell’economia. Per esempio, decide di gestire il cambio delle monete – appunto tramite le banche centrali. Come riesce a fare cio’?

1) Fissa il cambio rispetto ad un’altra moneta (esempio: US Dollar)
2) Fissa i tassi di interesse
3) Apre i propri confini al flusso di capitali

Questo gioco pero’ non puo’ durare a lungo. Si possono gestire due delle tre cose citate sopra, ma se si tenta di gestirle tutte e tre, prima o dopo l’esperienza insegna che il banco salta e il flusso dell’economia esce dagli argini stabiliti dalla politica tramite le banche centrali, per continuare con l’esempio dei fluidi di cui sopra.

Tutti ricordiamo l’esempio dell’Italia (tra i vari esempi, 1992 Amato) e della crisi finanziaria asiatica (1997). Ora, abbiamo evidenti prove che il gioco della politica/banche centrali si sta ancora una volta ripetendo.

Reperto nr. 1: il tasso di cambio delle monete asiatiche (ex japan) e’ rimasto praticamente fissato allo USD negli ultimi quattro anni, nonostante gli enormi sbalzi avvenuti nel frattempo tra USD e altre monete (e.g. EURO).

Reperto nr. 2: le riserve in USD detenute dalle banche centrali asiatiche (ex japan) sono cresciute da mezzo trilione di USD nel 1998 a un trilione di USD ad inizio 2003 e circa 1.3 trilioni di USD oggi.

Cosa e’ successo: l’economia asiatica esporta principalmente verso gli USA, se le monete asiatiche fossero fatte fluttuare liberamente, si sarebbero apprezzate cosi’ tanto da frenare l’export verso gli USA. Conseguentemente, le banche centrali asiatiche da sei anni comprano USD per frenare il fenomeno dell’apprezzamento delle loro monete.
I soldi che si potevano utilizzare a casa propria per far crescere l’economia sono invece stati spediti al Treasury ammericano per contribuire al finanziamento del debito pubblico americano, ed in ultima istanza finanziare l’avventurismo militare in Iracche.

NON DURERA’.

Se l’esperienza ci insegna qualcosa, prima o poi le monete asiatiche dovranno staccasi dal cambio fisso col dollaro. Il dollarone dovra’ disprezzarsi fino a divenire dollarino. Le banche centrali dovranno vendere i loro dollaroni diventati dollarini e immettere i soldi nell’economia locale. Insomma, credo che siamo di fronte ad un’interessante prospettiva.

L’anno scorso (quando si cambiava alla pari 1:1) prevedevo il dollaro a 1:1.60 (1 EURO = 1.60 USD). Tutti ridevano allora, oggi molto meno.
Ecco che quindi oggi scommetto per 1:2 (1 EURO = 2 USD). Se vinco, vendo la casa in Italia e compero ad Hong Kong.”

P.S.: Mentre questo post era in bozza The Economist ha pubblicato un’analisi sulla discesa del dollaro, il debito americano e le riserve asiatiche; mentre Pfaall racconta che anche i cambiavalute di Bangalore preferiscono gli euro ai dollari
Continua a leggere