Il razzismo comunitario

Andrea Inglese su Nazione Indiana:

[scrive Bidussa:] “Il razzismo in Italia, come discorso politico coerente, non come cultura, invece già presente, non nasce preliminarmente contro gli ebrei, ma in risposta al timore del “meticciato” come esito della vittoria militare in Etiopia. In altri termini: il razzismo ha il suo primo banco di prova nelle leggi promosse tra il 1936 e il 1937 riguardanti le popolazioni indigene africane appartenenti all’Impero italiano – ma ‘non facenti parte della nazione italiana’. (…) Le leggi razziali sono il frutto di una cultura e di una politica che in prima battuta non assume il sangue come criterio discriminante della classificazione, ma che fa della nazionalità il perno della questione della piramide gerarchica dei sudditi, suddividendoli tra cittadini italiani con diritti e cittadini senza diritti, ergo servi.” (Le radici profonde dell’antisemitismo, n° 2 sul 25 aprile de il manifesto, 1995)

Il razzismo fascista, insomma, ponendo l’accento non “su un dato biologico” – come quello nazista – “bensì su uno comunitario” si riserva un radioso futuro. L’unico razzismo veramente legittimato, nel XXI secolo, è infatti un razzismo “comunitario”, che ragiona in termini di determinazioni culturali (la religione, le tradizioni, la cultura nazionale) e non di patrimonio genetico.