È che i politici milanesi non amano sentir parlare di mafia a Milano quando hai un Expo da organizzare.

Gianni Biondillo su Nazione Indiana a proposito dell’attore civile Giulio Cavalli:

C’è un giullare dalle parti di Lodi che si chiama Giulio Cavalli. Fa una cosa che non dovrebbe fare: teatro civile. Parla di Resistenza, di G8, parla del disastro aereo di Linate e da un po’ di tempo, soprattutto, parla di mafia e di mafie. Fa nomi e cognomi. A Teatro. Li fa a Milano, li fa a Gela.
Errore! I nomi non si fanno, non è elegante. Qualcuno poi si arrabbia e te la vuole far pagare. Così è: Giulio Cavalli ha subito minaccie mafiose e vive sotto un programma di protezione dallo scorso anno. Solo che lui è cocciuto e continua a fare i nomi e i cognomi. Ci dice cose che non vogliamo sentire: tipo che la ‘Ndragheta non è mica roba di montanari calabresi. È roba di gente che fa affari a Milano. Insieme ai casalesi e a tutta la solita cricca.
È che i politici milanesi non amano sentir parlare di mafia a Milano quando hai un Expo da organizzare. Ma Giulio insiste, giullare cocciuto.
Dunque vi chiedo di ascoltarlo, di seguire il suo sito, di cercare in rete le sue Radio Mafiopoli, di andarlo a vedere a teatro. Di non farlo sentire solo. È la solitudine, la terra bruciata attorno al proprio lavoro, l’inizio della fine per una voce come la sua. Che non sia una voce nel deserto, ve ne prego.
Vi allego qui di seguito un suo pezzo.
G.B.
Leggi il seguito su Nazione Indiana

Intanto la Commissione antimafia del Comune di Milano fatica a iniziare i lavori e la maggioranza PDL-lega la vorrebbe chiudere: Commissione antimafia del Comune di Milano, ultimo atto? (Libera Informazione)


Fan o bagarini? Comprare biglietti sul mercato parallelo

Una persona cara è venuta a Milano dalla Spagna, nostra ospite per il recente concerto di Neil Young. Più di un mese e mezzo fa, appena confermata la data del concerto milanese, questa persona ha cercato in (quasi) tutti i modi di acquistare un biglietto di entrata per il concerto, senza riuscirci.

Fin dai primi giorni, niente biglietti sul sito dell’organizzatore, su quello del teatro degli Arcimboldi, niente presso le prevendite abituali e i circuiti di vendita internazionali. Alla fine ha cercato sul “mercato parallelo” ed ha comprato un biglietto a 156 euro (60 euro il prezzo ufficiale di vendita). Quando me l’ha detto, ho pensato che si fosse recato nei bassifondi della sua città a contrattare con uomini panzuti e la sigaretta pendula, scambiando banconote nella penombra, invece ha fatto tutto da casa, con la carta di credito, tramite un rispettabile intermediario detto Seatwave.

Pensavo che rivendere i biglietti di un concerto a maggior prezzo non fosse legale, e invece evidentemente mi sbaglio e c’è una rosa di società che fa esattamente questo alla luce del sole e per di più offrendo delle tutele a chi compra e a chi vende. Vediamo un po’:

Wikipedia in Italia descrive il bagarinaggio come l’acquiso in blocco dei biglietti di un evento da parte di un bagarino, e la rivendita a prezzo maggiorato. La pratica è legale se i biglietti sono di origine lecita. La voce corrispondente in inglese – Ticket resale – è più estesa e cita anche legislazioni in cui ciò è illegale, il problema del libero mercato nella determinazione dei prezzi, le misure alternative di vendita.

Concerti e spettacoli sono eventi a numero chiuso e a scadenza: il valore di un bliglietto aumenta progressivamente all’avvicinarsi della scadenza, per poi calare dall’inizio dello spettacolo e azzerarsi naturalmente al termine. L’interpretazione corrente data dalla voce di Wikipedia sostiene che lo scalping è un fenomeno di assegnazione del vero prezzo di mercato e viene incontro a un’esigenza nata dalla scarsità dei biglietti. I critici della rivendita parallela di biglietti sostengono che essa interviene sul prezzo, ma non sulla distribuzione, e citano soluzioni diverse, come il sorteggio, per offire al publico un’equa opportunità di assistere ad un evento.

Seatwave è un gruppo di società (in Italia, Spagna, Regno Unito, Olanda e Germania) che si presenta come luogo di scambio di biglietti da fan a fan. Il loro sito internet permette sia di vendere biglietti che di acquistarne e si basa su un sistema di pegno (escrow) via corriere espresso, per cui l’acquirente paga in anticipo la società per avere il biglietto, e il venditore riceve lo sblocco del pagamento solo se il biglietto è stato davvero consegnato. A quel che si legge sul loro sito, Seatwave quadagna una commissione sia dal venditore che dall’aquirente, oltre a recuperare le spese di spedizione, e oltre alla valuta dei pagamenti.

Il servizio offre alcune garanzie di rimborso per il principale problema dei biglietti acquistati da fonti incerte, i biglietti contraffatti o comunque non validi. E’ curioso, per me, notare che a differenza dei siti di aste (eBay), dove il venditore ha una sua “identità” e una reputazione basata sulle precedenti transazioni (e un URL che corrisponde a un negozio) , Seatwave nasconde parzialmente l’identità di cliente e venditore fino a dopo l’acquisto (non è possibile sapere da chi stai per comprare prima di avere pagato) basando l’intera relazione di fiducia sulla reputazione di intermediario sell’azienda stessa.

L’obiezione principale alla rivendita parallela dei biglietti è quella di cartello per manipolare i prezzi. Se i biglietti di un evento sono acquistati in blocco (anche con tecniche legali) fino ad esaurirli del tutto, si crea una scarsità artificiale e un monopolio del venditore che imporrà al mercato il costo della sua intermediazione. Purtroppo la documentazione di Seatwave, molto completa quando descrive come vendere occasionalmente singoli biglietti di singoli privati cittadini, non spiega se l’azienda ha una regola per chi eventualmente mette sul mercato grandi quantità di biglietti, o se siano previste norme particolari per venditori abituali. Forse ho letto male e qualcuno può correggermi.

Mi piacerebbe saperne di più.

I conti della Chiesa: quanto costa la chiesa cattolica agli italiani

Curzio Maltese su Repubblica:

“Quando sono arrivato alla Cei, nel 1986, si trovavano a malapena i soldi per pagare gli stipendi di quattro impiegati”. Camillo Ruini non esagera. A metà anni Ottanta le finanze vaticane sono una scatola vuota e nera. Un anno dopo l’arrivo di Ruini alla Cei, soltanto il passaporto vaticano salva il presidente dello Ior, monsignor Paul Marcinkus, dall’arresto per il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. La crisi economica è la ragione per cui Giovanni Paolo II chiama a Roma il giovane vescovo di Reggio Emilia, allora noto alle cronache solo per aver celebrato il matrimonio di Flavia Franzoni e Romano Prodi, ma dotato di talento manageriale. Poche scelte si riveleranno più azzeccate. Nel “ventennio Ruini”, segretario dall’86 e presidente dal ’91, la Cei si è trasformata in una potenza economica, quindi mediatica e politica. In parallelo, il presidente dei vescovi ha assunto un ruolo centrale nel dibattito pubblico italiano e all’interno del Vaticano, come mai era avvenuto con i predecessori, fino a diventare il grande elettore di Benedetto XVI.
Le ragioni dell’ascesa di Ruini sono legate all’intelligenza, alla ferrea volontà e alle straordinarie qualità di organizzatore del personaggio. Ma un’altra chiave per leggerne la parabola si chiama “otto per mille”. Un fiume di soldi che comincia a fluire nelle casse della Cei dalla primavera del 1990, quando entra a regime il prelievo diretto sull’Irpef, e sfocia ormai nel mare di un miliardo di euro all’anno. Ruini ne è il dominus incontrastato. Tolte le spese automatiche come gli stipendi dei preti, è il presidente della conferenza episcopale, attraverso pochi fidati collaboratori, ad avere l’ultima parola su ogni singola spesa, dalla riparazione di una canonica alla costruzione di una missione in Africa agli investimenti immobiliari e finanziari.

Dall’otto per mille, la voce più nota, parte l’inchiesta di Repubblica sul costo della chiesa cattolica per gli italiani. Il calcolo non è semplice, oltre che poco di moda. Assai meno di moda delle furenti diatribe sul costo della politica. Il “prezzo della casta” è ormai calcolato in quattro miliardi di euro all’anno. “Una mezza finanziaria” per “far mangiare il ceto politico”. “L’equivalente di un Ponte sullo Stretto o di un Mose all’anno”.

Alla cifra dello scandalo, sbattuta in copertina da Il Mondo e altri giornali, sulla scia di La Casta di Rizzo e Stella e Il costo della democrazia di Salvi e Villone, si arriva sommando gli stipendi di 150 mila eletti dal popolo, dai parlamentari europei all’ultimo consigliere di comunità montane, più i compensi dei quasi trecentomila consulenti, le spese per il funzionamento dei ministeri, le pensioni dei politici, i rimborsi elettorali, i finanziamenti ai giornali di partito, le auto blu e altri privilegi, compresi buvette e barbiere di Montecitorio.

Per la par condicio bisognerebbe adottare al “costo della Chiesa” la stessa larghezza di vedute. Ma si arriverebbe a cifre faraoniche quanto approssimative, del genere strombazzato nei libelli e in certi siti anticlericali.

Con più prudenza e realismo si può stabilire che la Chiesa cattolica costa in ogni caso ai contribuenti italiani almeno quanto il ceto politico. Oltre quattro miliardi di euro all’anno, tra finanziamenti diretti dello Stato e degli enti locali e mancato gettito fiscale. La prima voce comprende il miliardo di euro dell’otto per mille, i 650 milioni per gli stipendi dei 22 mila insegnanti dell’ora di religione (“Un vecchio relitto concordatario che sarebbe da abolire”, nell’opinione dello scrittore cattolico Vittorio Messori), altri 700 milioni versati da Stato ed enti locali per le convenzioni su scuola e sanità. Poi c’è la voce variabile dei finanziamenti ai Grandi Eventi, dal Giubileo (3500 miliardi di lire) all’ultimo raduno di Loreto (2,5 milioni di euro), per una media annua, nell’ultimo decennio, di 250 milioni. A questi due miliardi 600 milioni di contributi diretti alla Chiesa occorre aggiungere il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano, oggi al centro di un’inchiesta dell’Unione Europea per “aiuti di Stato”. L’elenco è immenso, nazionale e locale. Sempre con prudenza si può valutare in una forbice fra 400 ai 700 milioni il mancato incasso per l’Ici (stime “non di mercato” dell’associazione dei Comuni), in 500 milioni le esenzioni da Irap, Ires e altre imposte, in altri 600 milioni l’elusione fiscale legalizzata del mondo del turismo cattolico, che gestisce ogni anno da e per l’Italia un flusso di quaranta milioni di visitatori e pellegrini. Il totale supera i quattro miliardi all’anno, dunque una mezza finanziaria, un Ponte sullo Stretto o un Mose all’anno, più qualche decina di milioni.

La Chiesa cattolica, non eletta dal popolo e non sottoposta a vincoli democratici, costa agli italiani come il sistema politico. Soltanto agli italiani, almeno in queste dimensioni. Non ai francesi, agli spagnoli, ai tedeschi, agli americani, che pure pagano come noi il “costo della democrazia”, magari con migliori risultati.

Si può obiettare che gli italiani sono più contenti di dare i soldi ai preti che non ai politici, infatti se ne lamentano assai meno. In parte perché forse non lo sanno. Il meccanismo dell’otto per mille sull’Irpef, studiato a metà anni Ottanta da un fiscalista all’epoca “di sinistra” come Giulio Tremonti, consulente del governo Craxi, assegna alla Chiesa cattolica anche le donazioni non espresse, su base percentuale. Il 60 per cento dei contribuenti lascia in bianco la voce “otto per mille” ma grazie al 35 per cento che indica “Chiesa cattolica” fra le scelte ammesse (le altre sono Stato, Valdesi, Avventisti, Assemblee di Dio, Ebrei e Luterani), la Cei si accaparra quasi il 90 per cento del totale. Una mostruosità giuridica la definì già nell’84 sul Sole 24 Ore lo storico Piero Bellini.

Ma pur considerando il meccanismo “facilitante” dell’otto per mille, rimane diffusa la convinzione che i soldi alla Chiesa siano ben destinati, con un ampio “ritorno sociale”. Una mezza finanziaria, d’accordo, ma utile a ripagare il prezioso lavoro svolto dai sacerdoti sul territorio, la fatica quotidiana delle parrocchie nel tappare le falle sempre più evidenti del welfare, senza contare l’impegno nel Terzo Mondo. Tutti argomenti veri. Ma “quanto” veri?

Fare i conti in tasca al Vaticano è impresa disperata. Ma per capire dove finiscono i soldi degli italiani sarà pur lecito citare come fonte insospettabile la stessa Cei e il suo bilancio annuo sull’otto per mille. Su cinque euro versati dai contribuenti, la conferenza dei vescovi dichiara di spenderne uno per interventi di carità in Italia e all’estero (rispettivamente 12 e 8 per cento del totale). Gli altri quattro euro servono all’autofinanziamento. Prelevato il 35 per cento del totale per pagare gli stipendi ai circa 39 mila sacerdoti italiani, rimane ogni anno mezzo miliardo di euro che il vertice Cei distribuisce all’interno della Chiesa a suo insindacabile parere e senza alcun serio controllo, sotto voci generiche come “esigenze di culto”, “spese di catechesi”, attività finanziarie e immobiliari. Senza contare l’altro paradosso: se al “voto” dell’otto per mille fosse applicato il quorum della metà, la Chiesa non vedrebbe mai un euro.

Nella cultura cattolica, in misura ben maggiore che nelle timidissime culture liberali e di sinistra, è in corso da anni un coraggioso, doloroso e censuratissimo dibattito sul “come” le gerarchie vaticane usano il danaro dell’otto per mille “per troncare e sopire il dissenso nella Chiesa”. Una delle testimonianze migliori è il pamphlet “Chiesa padrona” di Roberto Beretta, scrittore e giornalista dell’Avvenire, il quotidiano dei vescovi. Al capitolo “L’altra faccia dell’otto per mille”, Beretta osserva: “Chi gestisce i danari dell’otto per mille ha conquistato un enorme potere, che pure ha importantissimi risvolti ecclesiali e teologici”. Continua: “Quale vescovo per esempio – sapendo che poi dovrà ricorrere alla Cei per i soldi necessari a sistemare un seminario o a riparare la cattedrale – alzerà mai la mano in assemblea generale per contestare le posizioni della presidenza?”. “E infatti – conclude l’autore – i soli che in Italia si permettono di parlare schiettamente sono alcuni dei vescovi emeriti, ovvero quelli ormai in pensione, che non hanno più niente da perdere…”.

A scorrere i resoconti dei convegni culturali e le pagine di “Chiesa padrona”, rifiutato in blocco dall’editoria cattolica e non pervenuto nelle librerie religiose, si capisce che la critica al “dirigismo” e all’uso “ideologico” dell’otto per mille non è affatto nell’universo dei credenti. Non mancano naturalmente i “vescovi in pensione”, da Carlo Maria Martini, ormai esiliato volontario a Gerusalemme, a Giuseppe Casale, ex arcivescovo di Foggia, che descrive così il nuovo corso: “I vescovi non parlano più, aspettano l’input dai vertici… Quando fanno le nomine vescovili consultano tutti, laici, preti, monsignori, e poi fanno quello che vogliono loro, cioè chiunque salvo il nome che è stato indicato”. Il già citato Vittorio Messori ha lamentato più volte “il dirigismo”, “il centralismo” e “lo strapotere raggiunto dalla burocrazia nella Chiesa”. Alfredo Carlo Moro, giurista e fratello di Aldo, in uno degli ultimi interventi pubblici ha lanciato una sofferta accusa: “Assistiamo ormai a una carenza gravissima di discussione nella Chiesa, a un impressionante e clamoroso silenzio; delle riunioni della Cei si sa solo ciò che dichiara in principio il presidente; i teologi parlano solo quando sono perfettamente in linea, altrimenti tacciono”.

La Chiesa di vent’anni fa, quella in cui Camillo Ruini comincia la sua scalata, non ha i soldi per pagare gli impiegati della Cei, con le finanze scosse dagli scandali e svuotate dal sostegno a Solidarnosc. La cultura cattolica si sente derisa dall’egemonia di sinistra, ignorata dai giornali laici, espulsa dall’universo edonista delle tv commerciali, perfino ridotta in minoranza nella Rai riformata. Eppure è una Chiesa ancora viva, anzi vitalissima. Tanto pluralista da ospitare nel suo seno mille voci, dai teologi della liberazione agli ultra tradizionalisti seguaci di monsignor Lefebrve. Capace di riconoscere movimenti di massa, come Comunione e Liberazione, e di “scoprire” l’antimafia, con le omelie del cardinale Pappalardo, il lavoro di don Puglisi a Brancaccio, l’impegno di don Italo Calabrò contro la ‘ndrangheta.
Dopo vent’anni di “cura Ruini” la Chiesa all’apparenza scoppia di salute. È assai più ricca e potente e ascoltata a Palazzo, governa l’agenda dei media e influisce sull’intero quadro politico, da An a Rifondazione, non più soltanto su uno. Nelle apparizioni televisive il clero è secondo soltanto al ceto politico. Si vantano folle oceaniche ai raduni cattolici, la moltiplicazione dei santi e dei santuari, i record di audience delle fiction di tema religioso. Le voci di dissenso sono sparite. Eppure le chiese e le sagrestie si svuotano, la crisi di vocazioni ha ridotto in vent’anni i preti da 60 a 39 mila, i sacramenti religiosi come il matrimonio e il battesimo sono in diminuzione.

Il clero è vittima dell’illusoria equazione mediatica “visibilità uguale consenso”, come il suo gemello separato, il ceto politico. Nella vita reale rischia d’inverarsi la terribile profezia lanciata trent’anni fa da un teologo progressista: “La Chiesa sta divenendo per molti l’ostacolo principale alla fede. Non riescono più a vedere in essa altro che l’ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare il vero spirito del cristianesimo”. Quel teologo si chiamava Joseph Ratzinger.

(Hanno collaborato Carlo Pontesilli e Maurizio Turco)

(28 settembre 2007)

Gestire i fornitori di web hosting

Leggo tramite le discussioni di BlogBabel che svariati blogger italiani sono insoddisfatti di un fornitore di web hosting su cui tengono il loro sito. Uno per tutti: Swan, che fa capire come i rapporti tra azienda e clienti si siano ormai fortemente deteriorati.

La cosa interessante è il primo commento, dove napolux scrive che correrà subito a fare il backup, suppongo per cambiare fornitore e trasferirci il proprio sito.

Non dovrebbe essere necessario correre a fare il backup del proprio sito: il backup dovrebbe essere stato fatto regolarmente, ogni giorno, su un supporto esterno al fornitore, in modo automatico. Se non fosse così, ci si troverebbe in balia del fornitore.

Di questa vicenda infatti non mi interessa il nome del fornitore galeotto, né come si dovrebbe gestire la comunicazione coi clienti. Se un servizio funziona male e non si riesce a risolvere i problemi ragionevolmente, si cambia fornitore: per farlo bisogna avere una posizione forte, con il pieno possesso dei propri dati. Se bisogna affannarsi a salvare una copia di tutto all’ultimo momento, forse è meglio fermarsi a riflettere.

P.S.: Mi è capitato in passato di avere problemi con il fornitore di hosting con un altro sito che gestisco, capisco qundi lo stato d’animo dei blogger coinvolti. Alla fine ho cambiato fornitore, ma al momento più adatto a me, non immediatamente sull’onda dell’insoddisfazione.

Milano da morire

A Milano si muore di aria inquinata, e gli amministratori pubblici tolgono a ogni milanese due anni di vita:

A Milano si muore della gestione politica della cosa pubblica, gestione oculata, sempre sul confine della legalità, e sempre piegata all’interesse privato di peculiari lobby economiche.
A Milano un problema che attanaglia tutte le metropoli europee, il traffico, non viene affrontato con il cipiglio del politico di razza che prende scientemente decisioni impopolari, potenziando cioè il trasporto pubblico e riducendo visibilmente il traffico privato, ma diventa un’occasione per traforare come un gruviera il sottosuolo pubblico per la costruzione di invasivi parcheggi privati indifferenti al contesto, con casi paradossali di rampe d’uscita che sbucano di fronte alle vie di fuga di una scuola pubblica; parcheggi non pertinenziali, ben inteso, quindi per ogni ingegnere del traffico che si rispetti, puri attrattori di traffico. Ma la spartizione della grande torta degli appalti, spartizione che accontenta tutti, sia cooperative edili in odore di sinistra sia imprese orbitanti alla destra estrema, passando per la lobby che più ha definito lo spirito milanese di questi anni, Comunione Liberazione, la spartizione della torta, dicevo, è di tale portata (e qui gli autori con metodo tassonomico non si risparmiano in cifre e riscontri) che il disagio dell’intera cittadinanza che ha visto crescere e non diminuire la tenaglia del traffico, è un sacrificio assolutamente accettabile. Cittadini come carne da macello.

Gianni Biondillo su Diario della settimana del 8.06.2007 recensisce Milano da morire di Luigi Offeddu e Ferruccio Sansa, Bur, 2007, 556 pagine.

Leggi la recensione completa di “Milano da morire” su Nazione Indiana.

Leggi la scheda del libro e se vuoi acquista online su IBS, oppure BOL, o Libreria Universitaria.

Come dormono i lattanti – la prima soluzione

Avevo scritto di una nuova soluzione per evitare che i bimbi piccoli prendano freddo scoprendosi durante la notte. Ora ecco la prima delle soluzioni che ho trovato:

Cricetina Bimbostop è il sistema integrato della linea Cricetina per dare ai genitori la serena certezza che il pargolo non si possa scoprire agitandosi nel sonno. E’ un sistema integrato di:

  • Cricetina Morbidin, set di lenzuolini in morbida flanella o pile, dai riposanti colori pastello
  • Cricetina Fissaben, una comoda tutina su cui sono applicate speciali strisce di Velcro ™ in corrispondenza dei punti energetici dell’agopuntura cinese

La sinergia tra la morbida accoglienza del Morbidin e l’ergonomica voglia di giocare del Fissaben fermano il bimbo nella posizione naturale del sonno (quella che i genitori scelgono al momento della nanna) e lo tengono così fino all’ora del lieto risveglio.

La politica nella blogosfera italiana

Giuseppe Veltri ha pubblicato uno studio sul rapporto tra blogger italiani e politica. Lo studio si vende solo online come pdf da scaricare dopo aver pagato qualche decina di euro (45 o 85 per le versione basic e pro).

Sono curioso di conoscerne i dettagli (ma non abbastanza da sganciare 85 euro), e soprattutto di capire se la decisione di distribuire lo studio solo a pagamento online funzionerà, in termini di circolazione e di remunerazione per l’autore.

Qui il comunicato stampa de La politica nella blogosfera italiana(pdf).

Veltri lo si può leggere anche su Nazione Indiana con un pezzo sugli effetti sociali delle ecografie prenatali, e qui a proposito delle genuflessioni papiste di Giovanni Lindo Ferretti.

Un nuovo Mediterraneo dell’energia rinnovabile

Beppe Caravita racconta del progetto Encouraged per produrre energia elettrica, idrogeno e acqua potabile a partire dal solare, ridisegnando i rapporti e le ricchezze nel Mediterraneo.

Il progetto non è altro che il ridisegno della mappa energetica di due continenti: Europa (verso est) e Europa verso Africa.

La parte più innovativa, e visionaria, riguarda i corridoi mediterranei dell’idrogeno.

Uno dei padri di Encouraged è Carlo Rubbia, il Nobel per la fisica, mente abituata a pensare in grande, che è stato costretto a scappare dall’Italia a causa (a prima vista…) dei soliti piccoli burocrati e piccoli politici (conservatori). Ma che è (guarda caso) riparato in Spagna, l’altro polo mediterraneo di Encouraged.

Rubbia ha messo in pista all’Enea due progetti chiave: il solare termodinamico ad alta efficienza (su misura per il deserto) e lo studio (a buon punto ormai) di processi elettrochimici (con catalizzatori nanostrutturati) per la separazione dell’acqua, a temperature di 400 gradi (quelle di Archimede) in ossigeno e idrogeno.

In pratica: un ciclo che serve a costruire un sistema solare capace di dissalare acqua di mare e ricavarne idrogeno, trasportabile tramite idrogenodotti o navi gasiere.

Assolutamente da leggere per capire cosa succederà nel 2007.