Gerarchia ed esternalizzazione nel lavoro editoriale

Cristina Morini su alfabeta2:

Nel lavoro cognitivo, man mano che la precarietà si andava istituzionalizzando – e questo processo rinsaldava, quasi senza bisogno d’altro, i meccanismi di trasmissione del comando – la fabbrica cognitiva ha progressivamente introdotto un crescente grado di prescrittività, basato su forme sempre più sofisticate di taylorismo digitale e di richiesta di un minor livello di formazione del personale che risulta, così, estremamente più controllabile. Quel «valore aggiunto delle idee», della conoscenza e dell’esperienza, che rappresenta la cifra costituente del capitalismo cognitivo – in grado di ridefinire la teoria del valore stesso – non necessariamente si ottiene, insomma, introducendo meccanismi di cooperazione e partecipazione ai processi decisionali – che viceversa si accentrano – ma agitando in sottofondo il fantasma della «fine del tuo lavoro» e rendendo sempre più frammentate e isolate mansioni cognitive già suddivise e parcellizzate, nel senso di un ulteriore smantellamento del lavoro vivo. Il lavoro editoriale avviene per lo più in regime di cottimo, in modo del tutto isolato e parcellizzato, senza la possibilità di cogliere il senso dell’obiettivo, del progetto complessivo della casa editrice. Mediamente un redattore o lettore «esterno» non ha alcun potere contrattuale: l’unica scelta data è quella di accettare o meno le condizioni economiche, le tempistiche e le modalità del committente.

Schiavi per amore (ma fino a quando?) L’industria culturale nel capitalismo cognitivo – alfabeta2, settembre 2010, pagina 27

Ricette per San Valentino e un dubbio a base di tè

Simplicissimus ha pubblicato “San Valentino: cosa cucino?” di Sara Maternini, un piccolo menu per una cena in due commentato e spiegato passo passo.

Il librino è semplice, elementare e divulgativo – for dummies – per chi volesse iniziare a cucinare cose buone senza spendere né lavorare troppo. Il pretesto romantico non tragga in inganno, la cena è buona anche tutto l’anno.

Mi ha però lasciato perplesso la ricetta del salmone affumicato al tè verde:

  • richiede un etto di tè senza specificare quale, mentre di tè “verdi” ce ne sono decine di tipi con profumi, aromi, risultati e prezzi diversissimi;
  • prevede di bruciare lentamente il tè insieme a riso e zucchero, che a parte il fumo in cucina dubito possa conferire al pesce un aroma particolare di tè, semmai di bruciato; il tè (e quello verde in particolare) tradizionalmente non si brucia né si fuma, ma al limite si tosta leggermente durante la lavorazione per poi farne una infusione in acqua bollente;
  • per aromatizzare del salmone col tè, meglio la cottura al vapore con delle foglie di lapsang souchong nell’acqua, secondo me.

Nonostante tutto, una degna iniziativa di alfabetizzazione culinaria.