Gerarchia ed esternalizzazione nel lavoro editoriale

Cristina Morini su alfabeta2:

Nel lavoro cognitivo, man mano che la precarietà si andava istituzionalizzando – e questo processo rinsaldava, quasi senza bisogno d’altro, i meccanismi di trasmissione del comando – la fabbrica cognitiva ha progressivamente introdotto un crescente grado di prescrittività, basato su forme sempre più sofisticate di taylorismo digitale e di richiesta di un minor livello di formazione del personale che risulta, così, estremamente più controllabile. Quel «valore aggiunto delle idee», della conoscenza e dell’esperienza, che rappresenta la cifra costituente del capitalismo cognitivo – in grado di ridefinire la teoria del valore stesso – non necessariamente si ottiene, insomma, introducendo meccanismi di cooperazione e partecipazione ai processi decisionali – che viceversa si accentrano – ma agitando in sottofondo il fantasma della «fine del tuo lavoro» e rendendo sempre più frammentate e isolate mansioni cognitive già suddivise e parcellizzate, nel senso di un ulteriore smantellamento del lavoro vivo. Il lavoro editoriale avviene per lo più in regime di cottimo, in modo del tutto isolato e parcellizzato, senza la possibilità di cogliere il senso dell’obiettivo, del progetto complessivo della casa editrice. Mediamente un redattore o lettore «esterno» non ha alcun potere contrattuale: l’unica scelta data è quella di accettare o meno le condizioni economiche, le tempistiche e le modalità del committente.

Schiavi per amore (ma fino a quando?) L’industria culturale nel capitalismo cognitivo – alfabeta2, settembre 2010, pagina 27

Legge bavaglio e scenari operativi per i blog italiani

Come scrive Guido Scorza, l’obbligo perentorio di gestire una richiesta di rettifica con questi tempi mette chi gestisce un sito, di fronte a rischi, non solo per le sanzioni fino a 12.500 euro:

che siate un blogger, il gestore di un “sito informatico” o piuttosto abbiate un canale su You Tube, in un momento qualsiasi, magari nel mezzo delle Vostre agognate vacanze, qualcuno potrebbe chiedervi di procedere alla rettifica di un’informazione pubblicata e Voi ritrovarvi costretti a scegliere se dar seguito alla richiesta senza chiedervi se sia o meno fondata, rivolgervi ad un avvocato per capire se la richiesta meriti accoglimento o, piuttosto, opporvi alla richiesta, difendendo il vostro diritto di parola ma, ad un tempo, facendovi carico di grosse responsabilità.

Con questa legge chi gestisce un blog ha varie scelte davanti:

  • censurarsi e parlare solo di cose innocue
  • chiudere i battenti
  • fuggire all’estero
  • aprire un blog anonimo
  • continuare a lavorare, giorno per giorno, cercando di resistere e cambiare le cose

Leggi l’intero articolo su  Nazione Indiana: Legge bavaglio, scenari per blog e Nazione Indiana

Scrivere un blog anonimo con wordpress e Tor

Riporto da Nazione Indiana:

La libertà di espressione passa anche dalla possibilità di comunicare proteggendo la propria identità, se necessario. Pubblico perciò qui una guida tecnica scritta da Ethan Zuckerman per Global Voices, di cui ho presentato le tecniche durante il convegno e-privacy 2009 a Firenze.

Di Ethan Zuckermanoriginale – traduzione italiana di Jan Reister

Introduzione

Una delle soddisfazioni di lavorare per Global Voices è stata la possibilità di collaborare con persone che esprimono le loro opinioni nonostante le forze che cercano di metterle a tacere. Ho lavorato con autori che volevano scrivere in rete su argomenti politici o personali, ma che per farlo dovevano essere certi che i loro scritti non potessero essere collegati alla loro identità. Questi autori sono attivisti dei diritti umani in decine di paesi, personale umanitario in paesi dal regime autoritario e whistleblower in aziende e governi. Continua a leggere Scrivere un blog anonimo con wordpress e Tor

È che i politici milanesi non amano sentir parlare di mafia a Milano quando hai un Expo da organizzare.

Gianni Biondillo su Nazione Indiana a proposito dell’attore civile Giulio Cavalli:

C’è un giullare dalle parti di Lodi che si chiama Giulio Cavalli. Fa una cosa che non dovrebbe fare: teatro civile. Parla di Resistenza, di G8, parla del disastro aereo di Linate e da un po’ di tempo, soprattutto, parla di mafia e di mafie. Fa nomi e cognomi. A Teatro. Li fa a Milano, li fa a Gela.
Errore! I nomi non si fanno, non è elegante. Qualcuno poi si arrabbia e te la vuole far pagare. Così è: Giulio Cavalli ha subito minaccie mafiose e vive sotto un programma di protezione dallo scorso anno. Solo che lui è cocciuto e continua a fare i nomi e i cognomi. Ci dice cose che non vogliamo sentire: tipo che la ‘Ndragheta non è mica roba di montanari calabresi. È roba di gente che fa affari a Milano. Insieme ai casalesi e a tutta la solita cricca.
È che i politici milanesi non amano sentir parlare di mafia a Milano quando hai un Expo da organizzare. Ma Giulio insiste, giullare cocciuto.
Dunque vi chiedo di ascoltarlo, di seguire il suo sito, di cercare in rete le sue Radio Mafiopoli, di andarlo a vedere a teatro. Di non farlo sentire solo. È la solitudine, la terra bruciata attorno al proprio lavoro, l’inizio della fine per una voce come la sua. Che non sia una voce nel deserto, ve ne prego.
Vi allego qui di seguito un suo pezzo.
G.B.
Leggi il seguito su Nazione Indiana

Intanto la Commissione antimafia del Comune di Milano fatica a iniziare i lavori e la maggioranza PDL-lega la vorrebbe chiudere: Commissione antimafia del Comune di Milano, ultimo atto? (Libera Informazione)


Occupazione e guerra a Gaza, rassegna stampa

Una rassegna stampa molto accurata da Georgiamada: Gaza coriandoli di informazione;

Andrea Inglese su Nazione Indiana propone la lettura di Ilan Pappé e Raya Cohen, molto interessante la discussione nei commenti: Finestre su Gaza;

Naomi Klein: Israele: boicottaggio, ritiro degli investimenti e sanzioni (su Nazione Indiana, Megachip, Lipperatura); interessante l’intervento di Wu Ming 1 nei commenti a Lipperatura.

Una palestra di subordinazione: l’università

Il problema è che l’università italiana è una palestra di subordinazione sociale straordinaria, oltre che di politica all’italiana: impari a strisciare davanti al grande e ad accoltellare il piccolo, anche se non servirà quasi a nulla. Impari l’arte del lamento. Impari ad accettare cose inaccettabili in qualsiasi altro contesto sociale.

Andrea Inglese in un commento a Sergio Bologna su Nazione Indiana

Paura, cattiveria e tortura

Andrea Inglese su Nazione Indiana scrive della vocazione alla tortura:

Questi torturatori ordinari aspettano, all’interno di ordinarie democrazie, che si creino quelle situazioni d’eccezione, affinché la tortura in divisa, esercitata a nome dello stato, sia tollerata e difesa. Ma essendo molti di questi aspiranti torturatori davvero poco coraggiosi, essi non si sentono davvero tranquilli nel pestare, umiliare, insultare senza motivo una persona indifesa, se non percepiscono che anche al di fuori della corporazione, anche al di là delle garanzie burocratiche e politiche, esiste uno sguardo bonario, indifferente, non giudicante.

Sergio Baratto sul Primo Amore scrive della cattiveria e della morte civile che ha impregnato l’Italia. Quando è iniziato tutto ciò?

Non so dire quando hanno incominciato. I nemici fabbricati a tavolino nelle stanze della politica e nelle redazioni dei mass media sono tanti.
Hanno iniziato all’epoca del G8, quando il pericolo erano i noglobal facinorosi e teppisti, le zecche comuniste, i nemici interni dell’Occidente. Andatevi a rileggere i deliri che Oriana Fallaci scrisse nel 2002 prima del Forum Sociale Europeo di Firenze. Per quanto mi riguarda, la cosa più sconvolgente non è la vomitata di bile della defunta giornalista, ma che un giornale presunto serio sia stato disposto a pubblicarla. E che dopo averla pubblicata abbia continuato a reputarsi e a essere reputato serio (ma anch’io, che sciocco! sto parlando del Corriere, un giornale su cui scrive gente dello scalibro di Pierluigi Battista…).
Hanno iniziato in Via Tolemaide, alla scuola Diaz, Alla caserma di Genova Bolzaneto: “Omosessuale, comunista, merdoso, frocio, ebreo, bastardo“…
Hanno iniziato dopo l’11 settembre 2001 con il terrorismo a mezzo stampa, con la campagna antiaraba e antimusulmana.
Hanno iniziato in grande stile all’epoca della Lunga Campagna Elettorale con gli zingari, con le foto dei borseggiatori minorenni alla Stazione Centrale.
Hanno cominciato gli amministratori di sinistra con i lavavetri e i mendicanti. Come sempre, a sinistra, giustificandosi nel nome delle migliori e più edificanti intenzioni filantropiche.
Hanno iniziato con la persecuzione burocratica dei rom: censimento per razza e religione, impronte digitali. Cose che non si vedevano in Italia dalle leggi razziali sono passate così, nella sostanziale indifferenza. Anzi con un certo favore.
Hanno iniziato i sindaci sceriffi, con le ordinanze folli, con i poteri speciali. Non sedersi sulla panchina in più di due, non girare con la birra in mano, manganelli ai vigili. Intanto le mafie colonizzano il Settentrione: i sindaci sceriffi che fanno? Non sparano ai cattivi? I milanesi che fanno? Smettono di aver paura dei negri, di odiare gli zingari, e cominciano ad aver paura della ‘Ndrangheta?
Hanno iniziato gli amministratori locali di destra e di sinistra, hanno iniziato con gli sgomberi, le ruspe. Bologna, Pavia: giunte di centrosinistra.
Hanno cominciato con la strage di Erba: a imperitura memoria una grande pagina di giornalismo.
Quindi hanno passato il testimone. L’hanno preso in tanti.
Hanno iniziato quando le dichiarazioni dissennate di gente come Bossi, Calderoli o Gentilini (tre nomi per molta più gente) hanno smesso di sembrare scandalose e sono diventate la norma.
Hanno continuato col ridere non di Pier Gianni Prosperini, ma con Pier Gianni Prosperini. Oggi siamo persino capaci di trovare irresistibile uno così. Di votarlo. Uno che al bar di paese avrebbe anche un suo ruolo di pubblica utilità come macchietta caratteristica con cui bere un bianchino, in un paese normale non diventa assessore regionale.
In basso, tra la carne da cannone, è cominciato con un brusio di fondo quasi indistinguibile. Piano piano il brusio è cresciuto. I luoghi comuni di sempre, quelli che girano da sempre nei mulinelli della fogna morale collettiva, quelli che passano di bocca in bocca e sembrano tanto innocui, hanno cominciato ad assumere statuto di verità condivisa. A chi non è mai capitato di sentir parlare delle trentacinque mila lire al giorno che “il governo” erogava (eroga) agli zingari? A chi non è mai capitato di sentirsi dire “attenzione alle zingare che rubano i bambini”?
Non dimenticherò mai le parole della commessa bionda e ricciolina intervistata alla tele nell’estate del 2007, dopo che quattro bambini rom sono bruciati vivi nella loro baracca da miserabili e i loro genitori sono stati accusati di abbandono di minori: “Quelli hanno una percezione diversa del dolore”. Anche lei, nel suo piccolo, ha partecipato.
Hanno continuato a Opera, a Ponticelli. Il Sud e il Nord finalmente uniti.
A Bussolengo.
A Torregaveta, luglio 2008: Cristina e Violetta, tredici e quindici anni. Le ha uccise il mare. Poi, una volta trascinati sulla spiaggia i loro corpi, le hanno uccise i bagnanti che hanno continuato a magiare, giocare a freesbee, prendere il sole. Infine le hanno uccise i mass media italiani, per cui evidentemente nessuna barbarie che venga da italiani può essere lasciata circolare impunemente.
Si è passati con la naturalezza di un movimento peristaltico ai “negri di merda”. Ritorno a un grande vecchio classico, mi verrebbe da dire, se avessi ancora voglia di scherzare.
La prostituta gettata a terra, Abba ucciso a sprangate, i cortei antinegri a Pianura, la strage di Castel Volturno.
Ieri Emmanuel, 22 anni, pare picchiato dai vigili urbani perché è un altro negro di merda.
I prossimi chissà, saranno i froci, già molto quotati dai bookmaker.

Capire gli zingari e le metropoli a Milano: Gianni Biondillo

L’ultimo capitolo di Metropoli per principianti di Gianni Biondillo parla del campo nomadi di via Idro a Milano, visitato dallo scrittore con la figlioletta. E’ un bellissimo spaccato di vita familiare nomade e una chiave per comprendere le ragioni speculative immobiliari della recente ondata razzista in Italia.

Eppur si muore

Sergio Bologna su Nazione Indiana Eppur si muore:

La rivoluzione postfordista ha agito in due direzioni:

1) ha man mano “dissolto” il luogo di lavoro come spazio fisico separato mischiandolo sempre più al luogo di vita privata e lo ha dilatato nello spazio (despazializzazione del rischio),

2) ha – come in nessun altro Paese d’Europa – affidato la gestione del rischio a un’entità particolarissima, quella che forma la caratteristica più tipica dell’Italia, cioè la microimpresa. E quando intendo microimpresa intendo un’entità talmente piccola che stento a riconoscere in quella le caratteristiche istituzionali di un’impresa – cioè di qualcosa che ha bisogno almeno di tre ruoli sociali, il capitale, il manager e l’operaio.

La fiera del libro di Torino e lo stato di Israele

Ne parla Andrea Inglese su Nazione Indiana:

1) un articolo di Stefano Sarfati Nahmad,Fiera del libro, dietro le quinte c’è la Palestina, pubblicato in origine su il Manifesto, 19 gennaio 2008 e su Ebrei contro l’Occupazione

2) Domande scomode dello stesso Inglese:

Non è che chi contesta abbia sempre ragione, per il solo fatto di contestare qualcosa. Ma è importante rispettare le proporzioni dei fenomeni. Si può dissentire sull’opportunità politica di certe prese di posizione, si possono mostrarne limiti, ingenuità, errori. Ma non si può trasformare una piccola parte della società civile italiana, indignata nei confronti della politica israeliana, in “aggressore” dello stato di Israele.

3) intervista al poeta israeliano Aharon Shabtai apparsa sul manifesto del 5 febbraio 2008.

4) Gianni Vattimo, Perché boicotto Israele, da La Stampa del 4 febbraio 2008