Gerarchia ed esternalizzazione nel lavoro editoriale

Cristina Morini su alfabeta2:

Nel lavoro cognitivo, man mano che la precarietà si andava istituzionalizzando – e questo processo rinsaldava, quasi senza bisogno d’altro, i meccanismi di trasmissione del comando – la fabbrica cognitiva ha progressivamente introdotto un crescente grado di prescrittività, basato su forme sempre più sofisticate di taylorismo digitale e di richiesta di un minor livello di formazione del personale che risulta, così, estremamente più controllabile. Quel «valore aggiunto delle idee», della conoscenza e dell’esperienza, che rappresenta la cifra costituente del capitalismo cognitivo – in grado di ridefinire la teoria del valore stesso – non necessariamente si ottiene, insomma, introducendo meccanismi di cooperazione e partecipazione ai processi decisionali – che viceversa si accentrano – ma agitando in sottofondo il fantasma della «fine del tuo lavoro» e rendendo sempre più frammentate e isolate mansioni cognitive già suddivise e parcellizzate, nel senso di un ulteriore smantellamento del lavoro vivo. Il lavoro editoriale avviene per lo più in regime di cottimo, in modo del tutto isolato e parcellizzato, senza la possibilità di cogliere il senso dell’obiettivo, del progetto complessivo della casa editrice. Mediamente un redattore o lettore «esterno» non ha alcun potere contrattuale: l’unica scelta data è quella di accettare o meno le condizioni economiche, le tempistiche e le modalità del committente.

Schiavi per amore (ma fino a quando?) L’industria culturale nel capitalismo cognitivo – alfabeta2, settembre 2010, pagina 27

Pubblicare per Mondadori?

Helena Janeczek, editor a progetto per Mondadori, scrive sul problema di lavorare e pubblicare per una casa editrice di proprietà di Silvio Berlusconi.

In Mondadori si pubblicava – e si pubblica- dai Meridiani al libro degli Amici di Maria de Filippi. Non esiste linea editoriale perché la produzione è troppa e troppo diversa e la vocazione di fondo è soprattutto commerciale. La casa editrice non si aspetta uguali profitti da ogni collana e continua a mandarne avanti alcune più per prestigio, contando magari pure di rientrare nelle spese con le edizioni economiche. Ma anche chi, come me, si è sempre solo occupata delle collane letterarie, deve misurarsi con il mercato. Nessuno si aspetta che ogni libro diventi un bestseller, ma la regola di fondo è quella del guadagno. Guadagno che non deve essere sempre e solo immediatamente economico, ma contempla pure il ritorno d’immagine o l’investimento su un autore. Gli spazi per scelte di maggiore rischio o per semplicemente fare libri in cui si crede, stanno diventando sempre più ristretti, ma il problema riguarda l’editoria e l’industria culturale nel suo insieme, nemmeno solo quella italiana.

Quel che mi premeva sottolineare è che in Mondadori come altrove vige molto di più l’imposizione del mercato che quella di una linea editoriale “politica”. […]
La libertà di Mondadori – di Einaudi a maggior ragione- era in qualche modo proporzionata alla scarsa incidenza sul consenso di massa cercato da Berlusconi. I libri sono prodotti di nicchia o di elite, destinati a un consumatore in genere appartenente allo schieramento politico avversario, minoranza della minoranza. L’azionista poteva guadagnare con le aziende gestite secondo normali criteri di mercato – meno che con altre sue attività– senza rischiare nulla sul piano politico. O almeno l’idea che i libri siano innocui e ininfluenti era un corollario del populismo, in tempi in cui la strategia berlusconiana era soprattutto quella di assicurarsi l’approvazione di una maggioranza.
Poi accade che un esordio come Gomorra stampato in cinquemila copie superi i due milioni, che in più il suo autore acceda anche lui alla tivù, e lì le cose, forse, cominciano a cambiare. […]
Il cambiamento che in tivù mostra soprattutto un volto di censura soft (editoriali di Minzolini a parte) – non dare certe notizie, darle male o in fondo- si appalesa invece sui quotidiani in modi molto più aggressivi. Le prime pagine grondano come non mai di titoli e articoli razzisti, omofobi, cattolici integralisti perché tale è, appunto, l’attuale linea del governo Pdl-Lega. In più, quei giornali passano dal rispecchiare posizioni di destra, anche molto di destra, a sparare con ogni mezzo, diffamazione passabile di querela inclusa, contro la parte avversa. Che tale neomaccartismo coinvolga persino redattori di cultura che si affrettano a ritracciare i nemici in sedi marginalissime come il nostro blog, sembra indicativo.

Pubblicare per Berlusconi? di Helena Janeczek su Nazione Indiana